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Quentin Tarantino presenta Hostel

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Quentin Tarantino presenta Hostel

Quentin Tarantino presenta Hostel, secondo film del regista e sceneggiatore Eli Roth dopo Cabin Fever del 2002. Più raccapricciante del lungometraggio di esordio, Hostel è un pot pourri di aspetti atroci della natura umana e del mondo in generale, ispirato a numerose storieincredibili- ma-vere su traffici umani, crimini internazionali e turismo sessuale. Implacabilmente vivido e profondamente inquietante, il film sconvolgerà persino gli appassionati più fedeli del genere horror. Hostel racconta la storia di due avventurosi ragazzi americani, compagni di college, Paxton e Josh, che zaino in spalla esplorano l’Europa, desiderosi di collezionare ricordi di viaggio, insieme al nuovo amico Oli, un islandese incontrato lungo la strada. Ma Paxton e Josh vengono infine attirati dal compagno di viaggio in quello che è descritto come un nirvana per americani avventurosi – un insolito ostello della gioventù di una sperduta città slovacca, popolato da donne dell’Est europeo tanto pericolose quanto incantevoli.

I due amici arrivano e stringono facilmente amicizia con le bellezze esotiche Natalya e Svetlana. Fin troppo facilmente, infatti… Distratti inizialmente dalle gioie del piacere, i due americani si trovano ben presto invischiati in una situazione sempre più minacciosa, che scopriranno – se riusciranno a uscirne vivi – tanto complessa e profonda quanto il più oscuro e disgustoso recesso della natura umana. Lo sceneggiatore/regista Eli Roth è sempre alla ricerca di nuovi modi per spaventare il pubblico; ma a differenza di molti autori del genere horror, Roth sa che le storie vere e ciò che rivelano degli angoli più oscuri della natura umana sono spesso molto più spaventose dei terribili mostri. Con il suo lungometraggio d’esordio, Cabin Fever, Roth ha trasformato i titoli dei giornali su un virus letale che divorava la carne in un orribile bagno di sangue consumato fra un gruppo di ragazzi in vacanza. Ora con Hostel della Lions Gate Films, Roth trae nuovamente ispirazione da eventi reali, questa volta con esiti ancora più inquietanti. Roth ha pensato per la prima volta a Hostel nel corso di una conversazione notturna con il suo amico Harry Knowles, il web-master di Aintitcoolnews.com. “Chiacchieravamo delle cose più disgustose che si possono trovare su Internet” ricorda Roth. “Quelle cose che oltrepassano la normale brutalità di incidenti con lo skateboard o delle due giapponesi che vomitano una nella bocca dell’altra in una vasca da bagno.” Knowles affermò di essersi imbattuto in qualcosa di talmente terribile da non riuscire neanche a confessarlo a Roth, il che rendeva il regista ancora più curioso. Infine, Knowles inoltrò a Roth il sito web in questione e ciò che Roth scoprì lo impressionò molto di più di quanto avrebbe mai immaginato: da qualche parte in Tailandia esisteva un commercio che faceva affari sfruttando il brivido umano dell’assassinio. Dietro compenso di 10.000 dollari, chiunque aveva la possibilità di essere accompagnato in una stanza, di imbracciare un fucile carico e avere a disposizione un altro essere umano da uccidere. “L’idea mi diede immediatamente la nausea” ricorda Roth. “Ma allo stesso tempo era vera. La gente ha un gusto morboso e crudele. Non vi è limite a ciò che ha voglia di fare a qualcun altro per il proprio piacere e questa è la cosa più terribile, ciò che mi colpisce più di tutto”. Secondo il sito web, questa pratica era perfettamente legale in Tailandia perché le vittime partecipavano volontariamente. Si trattava di disperati, poveri in canna, i cui familiari morivano di fame. Sacrificandosi, procuravano ai loro cari il denaro necessario per sopravvivere. “Il sito web presentava il tutto come se i futuri killer fossero dei benefattori, come se rendessero un servizio alle vittime con la loro bizzarra assicurazione sulla vita” continua Roth.

Roth era così scosso dalla sua scoperta che iniziò subito a lavorare a un documentario su questo soggetto; ma presto cominciò anche a interrogarsi sui possibili pericoli di rivelare la verità. “Se effettivamente dovessi scoprire qualcuno legato a questa organizzazione, che si arricchisce con omicidi di questo tipo, perché dovrebbe pensarci due volte prima di farmi fuori?” pensò Roth. Incerto su come procedere in maniera sicura, Roth mise da parte l’idea. Nel frattempo, il suo lungometraggio d’esordio, Cabin Fever, era stato distribuito nelle sale cinematografiche e si era rivelato per la Lions Gate Films il film di maggiore incasso del 2003 con entrate complessive di oltre 100 milioni di dollari in tutto il mondo. Per Roth ebbe inizio un periodo di fitti incontri a Hollywood, nel corso dei quali conobbe Mike Fleiss e Chris Briggs, i produttori del rifacimento di ‘Non aprite quella porta’ (The Texas Chainsaw Massacre). Fleiss e Briggs pensavano a un film horror chiamato Hostel che avesse come argomento la storia di alcuni ragazzi che, zaino in spalla, vanno alla scoperta dell’Europa centrale. “Negli anni del college ho fatto un sacco di questi viaggi, e come me anche Chris e Mike, e ci piaceva molto poter collocare un film horror in un ambiente che non vedevamo più dai tempi di ‘Un lupo mannaro americano a Londra’ (An American Werewolf in London), afferma Roth. “Ma, a parte il titolo e l’ambientazione nessuno di noi aveva una vera idea del contenuto del film”. L’idea di Hostel rimase in sospeso per due anni, finché un pomeriggio Roth ebbe un’illuminazione: perché Hostel non poteva essere un film sul commercio dell’assassinio per profitto in Tailandia? Roth pensò quindi di cambiare l’ambientazione della storia portandola in Slovacchia, un luogo abbastanza vicino agli usuali itinerari europei di Parigi, Amsterdam e Spagna, ma allo stesso tempo situato al confine di molti viaggi. Immaginò quindi due innocenti ragazzi americani, vittime di un’organizzazione scellerata di torture e assassini. E improvvisamente capì di avere una storia da raccontare. Al tempo di questa svolta, Roth era impegnato a decidere fra diversi progetti da dirigere come seguito del suo Cabin Fever. Incerto sul da farsi, avvicinò l’amico Quentin Tarantino per un consiglio e finì per decidere di riprendere in mano il progetto di Hostel. Da quel che si dice Tarantino ne fu “pazzamente entusiasta”. Racconta Roth “Quentin è un ragazzo vivace, ma io non l’avevo mai visto così eccitato. Continuava a dire “Per la miseria, questa la devi proprio scrivere!” “È l’idea maledettamente più spaventosa che abbia sentito per un film horror da molti anni a questa parte! Dimentica qualsiasi altro progetto – e comincia a scrivere questo film ADESSO”. Ispirato dall’entusiasmo di Tarantino, Roth staccò il telefono, bloccò la posta elettronica, si chiuse nel suo ufficio e iniziò a buttare giù furiosamente la storia. “Potevo chiamare Quentin ogni volta che mi bloccavo in un punto della storia e lui mi aiutava rassicurandomi che ero sulla strada giusta o tirandomi fuori dall’intoppo”, ricorda Roth. “Era davvero incredibile avere una cassa di risonanza come lui. Sono riuscito a scrivere quasi 20 pagine al giorno. Non riuscivo a fermarmi”.

Tre settimane dopo la conversazione con Tarantino, Roth mostrava una bozza completa a Boaz Yakin e Scott Spiegel, i partner di Roth nella compagnia di produzione di film horror, Raw Nerve. “Boaz e Scott erano incredibilmente entusiasti del progetto e con le loro idee hanno dato un grande contributo alla storia”, aggiunge Roth. “Dopo aver ricercato per mesi un progetto da portare avanti insieme, sapevamo di averlo finalmente trovato”. Roth mostrava quindi la versione rivista della sceneggiatura a Tarantino, che pieno di entusiasmo decideva di fare di Hostel il suo prossimo progetto – “Quentin Tarantino presenta” – e di unirsi immediatamente alla produzione come produttore esecutivo. Dice Tarantino: “Eli ha davvero trovato un modo per spingersi oltre i limiti. Non si è mai vista una cosa simile.” I produttori Mike Fleiss e Chris Briggs hanno poi contribuito con le loro idee alla sceneggiatura di Roth, dando vita alla stesura definitiva ancora più raccapricciante della prima. Elettrizzati dal modo in cui la sceneggiatura si era sviluppata, i produttori lavorarono alacremente e un mese più tardi gli uffici della produzione erano pronti a Praga. Per i ruoli principali di Paxton e Josh, Roth ha ingaggiato gli attori americani Jay Fernandez, noto per la sua interpretazione in Friday Last Night, ‘Squadra 49’ (Ladder 49) e ‘Torque – Circuiti di fuoco’ (Torque), e Derek Richardson ‘Scemo e più scemo’ (Dumb and dumberer). Avendo scritto una sceneggiatura che consentiva agli attori di esprimersi in un inglese non perfetto, Roth poté assegnare i rimanenti ruoli ad attori della Repubblica Ceca (ad eccezione di Eythor Gudjonsson, un attore islandese conosciuto durante la promozione di Cabin Fever). Fra gli attori cechi già noti al pubblico vi è Jan Vlasák, uno dei maggiori interpreti shakespeariani del paese, e Barbara Nedljáková, che ha ottenuto il ruolo principale di Natalya, la stupenda femme fatale. Gli attori cechi erano eccitati all’idea di ricoprire ruoli diversi dalle solite comparse offerte dalle produzioni americane. “La maggioranza dei film americani girati a Praga hanno interpreti americani o inglesi mentre gli attori cechi ottengono solo particine e in genere sono ri-doppiati”, dice Barbara Nedljáková. “Ma con Hostel non era necessario tentare di fare gli americani. Potevamo essere europei e noi stessi. Per questo siamo stati tutti molto felici”. Desiderando che il film fosse autenticamente europeo nella forma e nel contenuto, Roth ha scelto come direttore della fotografia Milan Chadima, di nazionalità ceca. Chadima ha lavorato ultimamente nella seconda unità nel film di Terry Gilliam ‘I fratelli Grimm e l’incantevole strega’ (The Brothers Grimm). Dice Tarantino, “Ho esortato Roth ad assumere un direttore della fotografia europeo perché gli europei vedono le cose diversamente dagli americani, hanno istintivamente una maggiore sensibilità poetica”.

Roth e Chadima hanno collaborato con lo scenografo Franco Carbone, che aveva lavorato con Roth anche in Cabin Fever, creando un’ambientazione divertente e luminosa che evolve lentamente in un universo lugubre e da incubo, dove l’unico colore è il rosso del sangue. La squadra ha scelto accuratamente i toni e la composizione delle scene, derivando il gusto estetico dalle macabre fotografie di Joel Peter Witkin e i cortometraggi dark dei fratelli Quay ambientati a Londra (Street of Crocodiles). Al fine di intensificare l’autenticità visiva della storia, la produzione ha girato esclusivamente in esterni. Durante le riprese durate quaranta giorni, la produzione ha cambiato ambientazione 30 volte, spostandosi dall’esotico Czesky Krumlov del XVI secolo, che rappresenta il villaggio slovacco nel film, al seminterrato di un vecchio e smesso ospedale per malattie mentali costruito nel 1915. Per tutto il processo di lavorazione, Roth sapeva bene che Hostel avrebbe rappresentato un cambio netto rispetto a Cabin Fever. “Non volevo fare un’altra commedia horror”, riferisce il regista. “Volevo che Hostel fosse  un puro film dell’orrore – un film che inizia in modo divertente, ma diventa sempre più cupo, senza tornare mai indietro e senza mai ammiccare al pubblico”. Se la fonte di ispirazione per Cabin Fever sono stati i classici americani dell’orrore degli anni ’70, Hostel si deve piuttosto all’influenza dei registi horror asiatici e sud-coreani. Roth, in realtà, non conosceva molto i giovani maestri asiatici come Hideo Nakata, Park Chan-Wook e Takashi Miike fino a quando non ha iniziato a frequentare i festival cinematografici per la promozione di Cabin Fever. “Potevo vedere tutto un mondo nuovo del cinema asiatico che non sapevo esistesse. Ero sbalordito”, dice il regista. “Questi film dell’orrore sono molto più creativi, inquietanti e reali di qualsiasi cosa abbia visto provenire dall’America. Ho iniziato a guardare tutti i film asiatici e sud-coreani su cui riuscivo a mettere le mani”. Roth cita film come Audition di Miike, Simpathy for Mr. Vengeance di Park, film più vecchi come ‘The Vanishing – La scomparsa’ (The Vanishing) di Sluizer e The Wicker Man di Hardy quali punti di riferimento importanti nello sviluppo di Hostel. Particolarmente appassionato di Miike, Roth ha scritto persino una parte per il regista culto giapponese ed è rimasto molto onorato quando Miike è volato dal Giappone a Praga per interpretare il ruolo.

Implacabilmente vivido e profondamente inquietante, Hostel conferma Roth come un regista esaltante, in bilico sul confine del moderno film dell’orrore. Come i colleghi asiatici, forza deliberatamente i confini del genere nello sforzo di individuare il terrore autentico e primitivo. “Registi come Miike e Park sono dei pionieri nel cinema da molti anni” dice Roth. “E questo è sempre stato il mio obiettivo. Credo che Hostel sarà una bella sorpresa anche per gli appassionati più fedeli del genere horror.

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Ispirato al libro autobiografico “See No Evil”

Ispirato al libro autobiografico "See No Evil"
Ispirato al libro autobiografico “See No Evil”

Il giovane e carismatico principe Nasir, erede al trono di un Paese del Golfo produttore di petrolio, sta cercando di modificare le relazioni commerciali che da lungo tempo sono state favorevoli agli uomini d’affari degli Stati Uniti. Nasir, infatti, ha appena vantaggiosamente ceduto ai cinesi i diritti di sfruttamento del gas, in precedenza detenuti dal gigante texano Connex, danneggiando così gli interessi americani nella regione. Jimmy Pope, proprietario della Killen, una piccola compagnia petrolifera, ha da poco ottenuto i diritti di trivellazione nei giacimenti del Kazakhstan destando l’interesse della Connex. Quando le due compagnie decidono di fondersi, il Dipartimento della Giustizia e lo Sloan Whiting, potente studio legale di Washington, devono verificare la stipula dell’accordo tra loro. A Bob Barnes. veterano agente della CIA, che potrebbe passare gli ultimi anni della carriera svolgendo un comodo lavoro d’ufficio, viene promessa una promozione dopo un’ultima missione il cui scopo è l’assassinio del principe Nasir. L’esito imprevisto di questa missione lo metterà nelle condizioni di riesaminare il ruolo che ricchi e poveri, sceicchi e lavoratori, ispettori governativi e spie internazionali svolgono inconsapevolmente all’interno di un complesso sistema mondiale.

Ispirato al libro autobiografico “See No Evil” dell’ex agente della Cia Robert Baer, “Syriana” segna il debutto dietro la macchina da presa di Stephen Gaghan, già affermato sceneggiatore, premio Oscar per “Traffic”, che afferma: “è un film sul nuovo disordine mondiale creato dall’economia e dalle lobby economiche legate al petrolio. Già il petrolio…il petrolio è come una droga: quando si parla di petrolio si parla di interessi enormi, di quello che è un vero e proprio traffico di ricchezza. Ricchezza per alcuni”. Anche se per intenzioni e atmosfere il film può ricordare alcuni thriller politici degli anni settanta come I 3 giorni del Condor, in realtà il rifiuto della linearità narrativa, portato avanti dalla regia, con un uso frequente di ellissi, lo fa rientrare in un genere più futuribile. La sceneggiatura del film è solida nonostante l’effettiva difficoltà degli intrighi dei fatti raccontati, non per niente le ricerche sull’argomento sono durate più di un anno e mezzo. “Syriana” è un thriller che affonda in profondità le sue radici in una attualità che non è solo americana ma che meglio si esplica e si sviluppa all’interno di un paese in cui il business corrotto del petrolio sembra essere divenuta la vera droga del millennio.

Dunque non c’è da stupirsi di fronte al vivo interesse espresso da un Clooney incapace di nascondere la sua opinione sull’operato dell’attuale amministrazione in Iraq e le sue preoccupazioni per le condizioni del mondo. Dice l’attore anche per rispondere a chi ha visto in questo film un attacco alla politica di Bush: “Non è un attacco: è una presa di coscienza che ci obbliga a pensare che ci possono essere varie soluzioni alla situazione di Medio Oriente. Non voglio fare politica, voglio fare solo i film in cui credo, film che possano dare un messaggio di speranza sopratutto ai giovani. Oggi infatti mi sembra che manchino dei punti di riferimento per le nuove generazioni, che forse prima dei fatti dell’11 Settembre non sapevano neanche l’esistenza di Palestina e Israele. Vorrei che il film facesse pensare a quali sono le vere motivazioni della guerra in Iraq: ovvero mostrare quel sotterraneo processo economico-politico che ha dato il via a tutto, che è la causa del terrorismo internazionale, dell’11 settembre e del clima di terrore che il mondo vive da qualche anno a questa parte”.

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“Dogville” di Lars von Trier

“Dogville” di Lars von Trier
“Dogville” di Lars von Trier

Del film “Dogville” mi è rimasta una sensazione particolare, scrivo questo commento per condividere quanto penso con chi lo avesse visto. Cercando un aggettivo per descrivere sinteticamente l’opera me ne è venuto in mente uno riferito a qualcosa che in realtà nella stessa opera è mancata, parlo del termine “sobrietà” e mi riferisco principalmente all’atto violento della sessualità, immagino che la scelta del regista in quanto a ciò sia ben definita e chiara quindi mi limito a esprimere questa particolarità.

Lo scenario del film è scarno come l’animo umano, il tempo lento come l’irrealtà della visione da parte del visitatore esterno: noi o grace. Tutto ciò è già di per sè pienamente completo e complesso, non necessiterebbe di altro il film dal punto di vista descrittivo: ogni cosa che fosse potuta fluire dell’esterno nel set era in forma differente già presente nel paesino. Grande merito del regista quello di aver rinchiuso in Dogville il genere umano ricostruendone i rapporti tra i personaggi nello spazio, con gesti e dialoghi teatrali; e nel tempo, con la voce narrante che accompagna ed esplicita i cambiamenti.

In quanto ai meccanismi psicologici delle persone di Dogville, rappresentativo e perfetto è a mio avviso il personaggio di Tom, giovane intellettuale alla ricerca di una morale poetica che continuamente lo conduce a fingere a se stesso; fino allo smascheramento da parte di Grace di quel suo lato volgare e animalesco. Come Tom, ogni altro personaggio entrando a contatto con Grace subisce immancabilmente lo stesso percorso, viene svelato di esso la natura meschina e l’inconsistenza sociale: gli abitanti hanno un solo interesse verso la loro misera esistenza, la conservazione del proprio modus vivendi (che sia esso lavoro, poesia…), l’incapacità di saper accettare chi può offrire qualcosa loro e soprattutto l’assoluta e implacabile tendenza ad approfittare del potere quando se ne ha la possibilità. E’ quindi Grace a rivelare questo binomio di obbedienza verso il “forte” e di abuso di potere verso il “debole” che caratterizza quei volti dei personaggi oramai privi di maschera.

La presenza di Grace è perciò necessaria a descrivere i comportamenti umani degli abitanti del paesino; la vita nel villaggio senza Grace non avrebbe senso perchè sarebbe finta e totale apparenza, quindi noiosa all’osservatore; In poche parole, la ragazza descrive i personaggi tramite le proprie interazioni con essi. Ciò avviene durante quasi tutta la totalità del film. Per questo motivo considero la “vera storia” quella personale e successiva di Grace, perchè è una storia differente, carica di significati e intimo racconto della sua anima.

Anche lei come gli abitanti del paese viene smascherata, ad opera del gangster, accusata nella sua naturalezza, tolleranza e tendenza al perdono di essere ancor più arrogante e irresponsabile dei cittadini di Dogville. La differenza tra lei e chi le sta attorno è tutta in quelle quelle sue parole finali, in quel pianto incontrollato; lei dice di non essere come gli abitanti del paese, si è tolta la maschera ma al contrario degli altri ha reagito come ” l’uomo” nella sua essenza dovrebbe fare, lei non è puro istinto di conservazione di una Grace che non esiste e della quale deve fingere la presenza; lei (paradossalmente e superficialmente così poco umana rispetto ai cittadini) è in realtà la migliore rappresentazioone dell’uomo nella sua essenza: quella dell’ autocoscienza. Grace ha imparato dalla sua maschera, dai propri errori, ha ascoltato il discorso del gangster, ha compreso soprattutto dagli abitanti di Dogville e ne ha ricavato un sentimento che potesse andare oltre a quella semplice maschera tolta dal suo viso, oltre al puro istinto emotivo. Ha compreso infatti che doveva cambiare lei, non più reagire col perdono alle ingiurie, ma con la giusta dose di arroganza, violenza se fosse stato necessario.

I personaggi da lei incontrati avevano reagito diversamente, si erano resi conto della loro natura volgare e avevano giocato con essa rimanendo nelle loro posizioni in quel duplice aspetto di potere e dedizione (ad esso). Per Grace è differente; lei è “la protagonista”, vissuta durante il film ed a mio avviso molto più simile a noi di quanto non lo siano gli altri (almeno singolarmente) così chiusi da risultare intangibili più passa il tempo.

Grace colma di speranza e di affetto per Tom e verso i contadini è Il Cristo che sa amare il prossimo, quel lato divino e ciclico, ricco di slanci e innamoramenti. Grace che compie i gesti finali è il Cristo che si ribella e scaraventa i banchetti per terra perchè è il Cristo umano frutto di esperienze, di storia di sofferenze. Ma Grace è entrambe le cose, non più la seconda della prima. Così, data la sua (riscoperta) natura umana punisce l’amato, ma non per questo è solo uomo, lei è anche Dio, elemento necessario per aver fatto il passo di negare e suparare quella natura umana contenuta nella sua Sono d’accordo nel dire che l’intento di Von Trier fosse di parlare della natura umana, non tanto di parlare dell’America come invece la stampa ha deciso che volesse fare (ma forse li aveva imbeccati lui, non mi ricordo). E tra l’altro, è evidentemente troppo matura la riflessione che fa qui (ma anche, in maniera meno ovvia, in altri suoi film precedenti) sulla religione e sul rapporto tra l’uomo e la religione perché possa interessare pubblico e critica italiani. Certo “Dogville” non è un film sobrio, anche se è minimalista nella messinscena: è un film ricco e profondo, complesso nella sua struttura quanto lo sono i temi che affronta. Ed è vero che Grace-Gesù riceve qualcosa dagli esseri umani tanto quanto dà a loro, e il senso del film non sta solo nella punizione finale. Ma come disse un amico alla fine della proiezione, se Grace è Gesù Von Trier è Dio, e come al solito ha voluto finire con l’Apocalisse. Tra l’altro, a me personalmente non era piaciuta l’idea delle scenografie mancanti, ma hanno permesso al regista di girare in quel modo eccezionale la scena dello stupro, e tanto basta.

Per quanto riguarda la “questione americana” devo controllare ma mi pare di ricordare che Dogville e’ solo il primo di una trilogia che il regista stesso aveva annunciato “sull’America”. Mi pare. E’ stato realizzato solo il secondo, Manderlay, qui sopra linkato, e il terzo era annunciato come “Washington”, sempre se non sbaglio, che avrebbe trattato il tema del “potere”.

Sì, questo è il terzo capitolo di una trilogia (ma il terzo si chiamerà “Wasington” non “Washington”, se mai verrà girato) ma non so esattamente come Von Trier aveva presentato il progetto. Che i tre film affrontino tre problemi dell’America moderna è fuori di dubbio, ma non sono problemi esclusivamente statunitensi e il modo in cui li affronta li rende universali pur essendo ambientati in tre piccoli paesi tipicamente statunitensi. Ricordo la battuta “io non sono mai stato negli Stati Uniti, ma neanche gli autori di Casablanca erano mai stati in Marocco”, però non so quali parole Von Trier avesse usato per parlare dei suoi film. E in ogni caso, niente vieta ai critici di andare oltre le intenzioni dichiarate dall’autore per analizzare quelle reali…

Molto particolare, mi ha colpito in particolare il montaggio e l’uso della telecamera. Alcune riprese sono davvero strane, con zoom e movimenti di macchina a dir poco particolari. Stacchi senza motivo apparente, (anche tra due primi piani praticamente uguali) forse con l’intenzione di rendere più frammentaria l’opera? E alcune riprese sembrano quasi uscite da un documentario, o da un servizio giornalistico, più che da un film. Bravissima la Kidman. Unico rammarico: avevo letto in una recensione di Manderlay come finiva Dogville un parere sulle recenti affermazioni di Von Trier?

Come al solito i francesi fanno buon viso a cattivo gioco ,cacciano l’antisemta e premiano il suo film,bombardano la Libia e vanno a bracceto con l’Iran.Oramai la versione antisemita di un regista e’ solo il grido di allarme per tutte quelle coscenze che hanno a cuore la liberta’ di espressione e un’analisi seria e approfondita dello stato attuale della nostra democrazia. Chi e’ andato ultimamente negli States si e’ accorto di quanta poca liberta’ hanno gli americani,frustrati,vittime delle loro paure ,una democrazia basata su di un capitalismo cieco e fortemente manipolato dalle lobby ebraiche che stanno spingendo l’America ad un perenne conflitto .Hitler come tanti dittatori fanno parte della storia ,e qualsiasi uomo artista o filosofo puo’ apprezzare o meno le sue gesta ,celarsi sempre dietro ad un antisemitismo con la paura di rievocare fantasmi nazionalisti e’ un esercizio che onestamente ha stufato ,io oggi vedo tanti piccoli Hitler che sognano il potere quanto e piu’ di lui.

von Trier un pò se l’è cercata, ma non è colpa sua se non appena ha unito insieme le parole io-capisco-Hitler gli hanno subito dato del nazista deliranate senza neanche preoccuparsi di capire cosa stesse cercando di dire. Secondo me la sua era una semplice riflessione sulla psicologia di Hitler, mica un elogio all’Olocausto. Viva l’ipocrisia.

L’anno scorso era successa la stessa cosa negli Stati Uniti a Oliver Stone quando aveva presentato il suo progetto di due documentari su Hitler e Stalin. Sicuramente c’è sempre troppo isterismo, quando si parla di questi argomenti, ma in generale Von Trier non è la persona più indicata a fare certi discorsi ed essere preso sul serio… Mi pare sia stato El Mundo a scrivere che probabilmente era sotto l’effetto di psicofarmaci, al momento della conferenza stampa…

Max, io ho vissuto un anno negli Stati Uniti e mi sono trovato benissimo, però era la metà degli anni ’90. L’ultima volta che ci sono stato è stato per una settimana di vacanza nel 2002, quindi è anche possibile che le cose siano molto peggiorate. Però sono d’accordo su ciò che ha fatto l’organizzazione di Cannes: chiedere a Von Trier di andare a casa serve più che altro a proteggere lui e il festival, prevedendo aspre polemiche, non a condannare le sue dichiarazioni. Tant’è che il ban valeva solo per questa edizione. Il premio al film – o meglio: alla Dunst – è indipendente dall’organizzazione: è la giuria ad assegnare i premi, e in questo caso in realtà hanno dimostrato buona serietà valutando il film senza farsi distrarre dalle polemiche che l’avevano circondato. A meno che non l’abbiano premiato per paraculaggine, nel qual caso ritiro i miei complimenti.

A me il film è piaciuto parecchio, ed ho trovato tutto sommato geniale l’ambientazione “teatrale” unita alla tecnica cinematografica. La cosa per me davvero curiosa è che il finale, che ho apprezzato moltissimo in virtù di un elementare desiderio di rivalsa nei confronti dei “carnefici”, sia al tempo stesso un punto di forza ed il punto più debole.
Intendo, non avendo ahimè sinceramente colto il nesso con il Cristo (che per me si era fermato ad Aronofsky) la catarsi avvenuta mediante il grande James Caan mi è parsa un po’ una soluzione al limite del ruffiano, quasi a voler gratificare un pubblico oramai immedesimato con la protagonista (grande merito del film) e pronto a quello che sembrava un triste ed inevitabile epilogo; pubblico uscito dalla sala con l’impressione che alla fin fine se non il Cristo un’ipotetica trinità composta da Clint, Smith & Wesson vegli pronta ad intervenire per castigare soprusi e torti subiti dall’altrui “natura umana”. Per quel che so della natura umana annessi e connessi, non è così che funziona purtroppo…